L’articolo in questione si occupa della laicità in Italia oggi. È il primo di una serie di scritti, perciò ha carattere generale, introduttivo riguardo i temi che verranno sviluppati dettagliatamente nei prossimi numeri.
Pretesto d’apertura è una breve riflessione, relativa a tre aggettivi tra loro legati (“laico”, “confessionale” e “profano”), cardinali nella discussione sulla “questione laica” ed usati per essere provocatori: si vuole dimostrare che l’etica può ispirarsi all’etimo.
“Laico”. Da làos, che era termine d’origine greca indicante il “popolo”, è derivato l’aggettivo laikòs (“del popolo”). In un primo momento il termine laikòs si riferì al cittadino che non ricopriva cariche pubbliche. La contrapposizione a klerikòs (“del clero”) – quindi col significato di “non ecclesiastico” – avvenne solo in seguito: precisamente fu nel latino tardo che làicus si oppose a clèricus.
Nella Francia del XIX secolo, dopo i moti della Rivoluzione francese, “laico” assunse nuove sfumature di significato:
- divenne identificativo di coloro che volevano la separazione di Stato e Chiesa, di coloro che chiedevano libertà di scelta religiosa e libertà di critica alla religione;
- si oppose palesemente a “confessionale” (nella sua accezione più politica di “favorevole all’uniformarsi della vita politica e civile ai principi di una confessione religiosa”).
Riassumendo, “laico” è:
- colui che non è ecclesiastico
- colui che non segue ideologie d’ispirazione religiosa
- colui che ha posizione d’autonomia o d’indifferenza nei confronti della gerarchia ecclesiastica
- colui che si oppone ad una visione teocratica – confessionale – della vita politica, sociale e civile.
Non a caso, sinonimo di “laico” è “profano”, inteso nella sua accezione più alta. Infatti, oltre a significare “empio, sacrilego; indegno d’avvicinarsi a ciò che è sacro”, “profano” è anche tutto ciò che resta “estraneo al sacro” (dal latino: quod pro fano est, ossia “ciò che è davanti – fuori – dal tempio”; “ciò che non è sacro”).
Ora, domanda secca: è possibile in Italia restare fuori dal “tempio cattolico”?
Dando per scontato che le altre confessioni non hanno lo stesso potere invasivo di quella cattolica, è possibile restare indifferenti, incuranti, autonomi rispetto a ciò che S. Pietro dice?
La questione laica “generale” in Italia è ferma a quest’unico quesito, appena esposto.
La risposta è semplice. No.

No, poiché la Chiesa cattolica ha radici talmente tanto profonde e contorte da raggiungere ogni angolo d’Italia, muovendo dal tronco di Città del Vaticano.
Il Vaticano, “staterello teocratico” in seno allo Stato italiano, è presenza ingerente ad ogni livello: dalla vita politica alla vita civile, da quella militare a quella scolastica, fino all’ambito medico-sanitario. Vicino agli ambienti conservatori per sua stessa natura (di gerarchia fortemente verticistica, cristallizzata, vecchia ormai di millenni), responsabile dell’apatia morale e culturale, votato all’indottrinamento, lo Stato del papa è primo ostacolo alla formazione dello spirito critico; nemico dichiarato d’ogni forma di relativismo; votato ad osteggiare il pluralismo in nome della solidità della dottrina unica.
In Italia adoperarsi per “stare fuori dal tempio” è strumento di resistenza ai reiterati attaccati della gerarchia ecclesiastica, perpetrati nei confronti dei cittadini fin dalla più tenera età; è un mezzo per marcare la distanza tra sé ed il Vaticano; è una sorta di dovere non scritto.
Perciò ogni questione laica “particolare” nasce già condizionata, mistificata, destinata a perseguire sempre un obiettivo di riuscita parziale, perché è da mettere sempre in relazione con la posizione papale e su essa misura la propria eventuale vittoria.

Eppure, l’opportunità storica di tenere fuori lo Stato del Vaticano c’è stata: 20 settembre 1870. Il neonato esercito italiano a colpi di cannone (il primo sparato da un soldato ebreo, in modo da non far incappare nessun credente cattolico nella preannunciata scomunica papale – e quest’episodio la dice lunga su quanto superstizione e religione siano corde di un unico nodo) aprì la Breccia di Porta Pia. Pio IX fu costretto a rifugiarsi nei suoi appartamenti papali ed a cedere i territori dell’ormai scomparso Stato della Chiesa al neonato Regno d’Italia.
Questo il momento di massima indipendenza dell’Italia dalla Chiesa cattolica. Già l’anno seguente – 1871 – con la Legge delle Guarentigie il Regno d’Italia garantì al Vaticano un appannaggio annuo, riparazione dei danni subiti.
La nascita del vero e proprio Stato del Vaticano avvenne nel 1929, anno di stipula dei celebri Patti Lateranensi, contenenti anche il Concordato tra Chiesa cattolica e Stato italiano – fascista all’epoca. Fu in quel momento che la religione cattolica divenne “religione di stato”. L’antica frattura, in seguito alla Breccia, fu così sanata.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, i politici italiani, alle prese con l’Assemblea Costituente della nuova repubblica, inserirono i Patti Lateranensi all’interno della Costituzione, assorbiti nell’articolo 7 anche con le firme – determinanti – del PCI.
Dunque, la nostra Costituzione nacque già vittima di un’intima contraddizione:
garantiva e garantisce a ciascun individuo pari opportunità e libertà(art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»),
così come tutelava e tutela ogni forma di confessione religiosa
(art. 8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze»);
eppure, poneva e pone in posizione privilegiata – esclusiva – la Chiesa cattolica
(art. 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale»).
Altra tappa rilevante: 1984; da capo del governo, Craxi firmò con il cardinal Casaroli un nuovo concordato. Apparentemente un passo avanti in ottica laica: difatti, venne abolita la “sola religione di stato”. In realtà, fu fumo negli occhi, modo subdolo per inserire l’ora di religione (cattolica, sia ben chiaro) già dalle scuole materne e per introdurre il meccanismo dell’ “otto per mille” (anziché quello della congrua). Da allora – ma già prima di allora; ed a ragion veduta, anche nel futuro prossimo – l’idillio tra gerarchie cattoliche e classe politica italiana è stato ed è una garanzia.
Fatta una breve panoramica storica sulla natura dei rapporti Stato italiano-Chiesa cattolica e ragionando in ottica laica di reale separazione Stato-Chiesa, pare evidente che sarebbe di fondamentale importanza l’abrogazione del Concordato esistente (come detto, inserito nell’articolo 7 della Costituzione).
Nel ‘77 i Radicali proposero un referendum abrogativo mirante direttamente al Concordato: purtroppo, alla raccolta firme non seguì consultazione referendaria causa “inammissibilità” della proposta (poiché lo Stato del Vaticano era ed è da considerarsi a tutti gli effetti come uno “stato estero”).
Constatata l’impossibilità d’intervenire direttamente sul Concordato a mezzo referendum popolare, le strade praticabili per cancellarlo sono due:
- modificare/cancellare il testo del Concordato grazie al parere unanime di Stato italiano e Chiesa cattolica. Tradotto in parole povere, spinta dallo Stato italiano, la Chiesa dovrebbe essere d’accordo nel rinunciare ai privilegi di cui gode…;
- cancellare l’articolo 7 della Costituzione contenente il Concordato. In tal caso ci vorrebbe votazione favorevole da parte delle due Camere, secondo l’iter di revisione costituzionale. Ma la soluzione appena prospettata, in questo momento storico, non pare meno folle della precedente.
D’altronde, perché sperare che la nostra classe politica voglia uscire dal cono d’ombra proiettato dalla tiara?
In tal senso, sempre in tema di Costituzione, durante la stesura della Carta europea (2004), fu memorabile il coro unanime e bipartisan dei nostri riguardo le “radici cristiane” dell’Europa: tutti concordi sulla giustezza di tale dicitura. Anzi, di più, il governo Berlusconi richiese ufficialmente il riconoscimento per iscritto delle “radici giudaico-cristiane” europee.
Fortuna volle che con fermezza si opposero rappresentanti di altri stati europei – in primis i francesi – e che l’ebbero vinta, difendendo la laicità “costituzionale” dell’Unione europea. Alla fine nel testo fu inserito un generico riferimento alle “eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa”. Altra sintomatica conferma, qualora ne avessimo avuto bisogno, della disabitudine dei nostri a pensarsi indipendenti dalla gerarchia ecclesiastica.
Ormai sono talmente tanto proni davanti alle babbucce papali – di un grazioso rosso carminio – che nemmeno temono più di perdere la faccia: difatti, poco visibile ai più, ce l’hanno incollata sul “vero cuoio” di Prada.