Palestina: storie nascoste dal muro

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Palestina. Confine tra Israele e Cisgiordania. Villaggio di Naalin.

Si è parlato molto di questa zona in occasione delle commemorazioni per la giornata della Memoria.  È stato inaugurato infatti, in una delle piccole case diroccate di questo villaggio, il primo museo sulla Shoah nei territori occupati. A compiere questo gesto, quanto meno coraggioso, è stato un palestinese di mezza età, zio di Ahmad Musa, un bambino di dieci anni ucciso dal fuoco israeliano.

Il museo raccoglie fotografie in bianco e nero, con didascalie in lingua araba, che mostrano campi di concentramento, corpi ammassati, volti di bambini paralizzati dalla paura, adulti seminudi o con le uniformi con la stella gialla imposta dai nazisti agli ebrei. Sui tavoli sono disponibili libri e documenti sull’Olocausto. Ma non mancano anche immagini dell’occupazione israeliana, delle confische delle terre palestinesi, di giovani arrestati, della gente di Naalin impegnata nella sua lotta contro il muro. Non c’è nessun tentativo di mettere sullo stesso piano l’offensiva israeliana e lo sterminio nazista, ma solo la volontà di far conoscere ai palestinesi la storia della shoah e le sofferenze che hanno subito gli ebrei nel secolo scorso, con la speranza che anche dall’altra parte si acquisisca la consapevolezza delle sofferenze dei palestinesi. L’ennesimo tentativo dal basso, di porre fine all’eterno conflitto tra due popoli.

Tutto questo porta a pensare alla classica retorica della pace possibile e di nuovi passi verso lo slogan “due stati per due popoli”; ma da quanti anni sentiamo parlare di processi di pacificazione e di road map che segneranno la svolta? Personalmente da almeno dodici anni, cioè da quando ho cominciato a prestare attenzione ai nostri TG.

In tutti questi anni però nulla è cambiato, neanche un piccolo passo, e dalle foto in bianco e nero del primo museo dell’olocausto nei territori occupati, si è passati alle “colorate” bombe al fosforo che l’esercito israeliano usa per illuminare le notti buie della Striscia di Gaza, ormai senza né acqua né energia elettrica. Potrebbe essere una valida alternativa alle centrali nucleari per la fornitura di energia elettrica anche nel nostro paese.

A parte la facile ironia, c’è da dire che i morti palestinesi sono saliti a 6.807 dall’inizio della seconda Intifada il 28 settembre del 2000 (dato aggiornato alle ore 16 del 22 aprile 2009, Fonte: AFP). L’ultimo “sprint” si è avuto con l’operazione militare israeliana, iniziata il 27 dicembre 2008 e durata circa un mese, che ha causato da sola circa 2000 morti tra i civili palestinesi.

Ma cosa sta succedendo in questi giorni nei territori occupati? Dopo essere stato il servizio di apertura di tutti i TG all’inizio dell’anno, ormai nemmeno occupa più lo spazio delle news brevi. L’Italia dell’informazione benpensante si è lasciata affascinare dalle immagini del divorzio dell’anno, delle veline candidate all’europee, dalle macerie dell’Aquila e dalla solita crisi FIAT. Intanto a Gaza e in Cisgiordania continua da un lato un lento e sistematico sterminio della popolazione civile palestinese e dall’altro una debole ma decisa Resistenza.

Resistenza, una parola che in Italia conosciamo bene e che il politico di turno estrae dal cilindro quando ha bisogno di un applauso,(.) Resistenza palestinese, proprio di questo vogliamo provare a parlare senza essere banali e scontati. La Resistenza palestinese è varia e complessa, sono vari i gruppi che si definiscono membri della resistenza: Fatah (il partito del Presidente Abu Mazen), Hamas (nella lista dei gruppi terroristici della comunità internazionale), il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ( il gruppo marxista) e negli ultimi tempi un gruppo Anarchico. Questo si batte contro il muro che gli israeliani stanno costruendo con duplice obiettivo: isolare la Cisgiordania; sottrarre ai palestinesi terre coltivabili.

Gli Anarchici Contro il Muro (AATW), al quale aderiscono palestinesi, israeliani e cittadini di altri paesi, sono tra i gruppi più attivi nei Comitati Popolari dei villaggi. “Le nostre azioni incontrano una forte repressione da parte dello Stato – racconta Haggai Matar, 25 anni, uno dei leader degli Anarchici – contro di noi sono stati aperti circa 61 processi soltanto negli ultimi tre mesi, molti dei quali per le proteste durante l’attacco a Gaza”.

In diverse città e villaggi (Biilin, Naalin, Umm salamuna, Jaous e altri) con la loro determinazione  sono riusciti a distruggere parte del muro già costruito o a fermare i lavori senza causare vittime tra gli operai israeliani. Di vittime, però, ne hanno avute loro. L’ultima è un americano, Tristan Anderson, ferito dall’esercito a Naalin. Peggio è andata a Abu Rahma, il 17 aprile, colpito in pieno addome da un lacrimogeno lanciato da distanza ravvicinata e ad altezza uomo da un poliziotto israeliano durante una manifestazione pacifica.

L’esercito di Tel Aviv non usa maniera morbide neanche contro manifestanti che non hanno mai imbracciato armi e portano avanti la loro lotta attraverso metodi di disobbedienza civile. Eppure in Cisgiordania, grazie al lavoro dell’AATW, si cominciano già a vedere i primi risultati, cresce, infatti il sostegno intorno al movimento pacifista di Bilin e Naalin.

Il 24 aprile, con una grande manifestazione, si sono anche chiusi i lavori della conferenza annuale di Bilin sulla lotta Palestinese non violenta e popolare; in un periodo in cui il mondo allontana il suo sguardo dai territori occupati e dimentica i diritti dei palestinesi, i partecipanti alla Conferenza hanno riaffermato: 1)  l’impegno a promuovere una campagna non violenta, 2)  l’intenzione a coinvolgere la società civile palestinese, 3)  l’adesione piena alla campagna di boicottaggio delle aziende locali e delle multinazionali che contribuiscono allo sviluppo della colonizzazione israeliana in Cisgiordania e Gerusalemme Est. 

Una buona proposta. Finalmente qualcuno che chiede ai governi occidentali qualcosa di concreto, un movimento di resistenza che non si impantana sul riconoscimento o no di Israele o se deporre o meno le armi, ma che ha una strategia e uno scopo. Soprattutto ha una forte ed efficace spinta dal basso.

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