Il canto di Paloma

Il canto di Paloma (“La Teta Asustada”) di Claudia Llosa, Spagna/Perù 2008
Il canto di Paloma
Di cosa parla “Il canto di Paloma”, film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, patrocinato da Amnesty International?
Per rispondere a questa domanda, vale la pena cercare di capire il titolo originale – difficilmente traducibile – di questo film: “La Teta Asustada”, cioè “Il seno spaventato”. Per spiegare il significato di questa immagine, che non manca di suscitare una divertita curiosità, dobbiamo presto immergerci in quel mondo carico di magico simbolismo inquieto, talvolta macabro, che pervade tante opere – anche letterarie – provenienti dall’America Latina, in cui i confini tra reale e immaginario si fanno labili. Con la stessa naturalezza degli sciamani, dobbiamo smettere di chiedere a quale dimensione appartenga quest’opera, se psichica o materiale, considerandole una cosa sola.
Questo è l’unico modo per accettare il film e il tema di cui tratta: il fenomeno degli “asustados”, degli “spaventati”, cioè coloro che tra gli anni ’70 e ’90 in Perù hanno subìto o assistito alle violenze del gruppo guerrillero terrorista “Sendero Luminoso”, rimanendone permanentemente traumatizzati.
Le principali vittime delle violenze furono, come sovente accade, le donne: col tempo s’è diffusa la credenza che lo “spavento”, appunto, si trasmetta con il latte materno. I figli nati dagli stupri hanno a loro volta ereditato “el asusto”, che è una malattia psichica e fisica: lo psichiatra peruviano Federico Sal y Rosas lo descrive come uno stress sociale connesso alla sfera sessuale, i cui sintomi sono nausea, vomito, dolori muscolari e simili. L’asustado è visto dai compaesani come una persona che soffre un’alterazione, e come tale va trattato con indulgenza e “salvato”. È chiaro, quindi, che qui stiamo parlando di una intera collettività costretta ad affrontare la propria storia e i propri traumi: così dovrà fare anche Fausta. che ha sigillato il proprio corpo con un tubero per paura che le toccasse la stessa sorte di sua madre, dalla cui violenza è nata. Il tubero, però, non smette di germogliare: la giovane è combattuta tra la pulsione alla vita e all’amore e il senso di una fedele salvaguardia e conservazione della sofferenza patita dalla sua genitrice. Tra i tanti soprusi sociali subiti da Paloma, tutti simbolici del Perù e del Sud America – dove la distribuzione della ricchezza è la più iniqua al mondo – si staglia come uno dei pochi personaggi positivi non a caso proprio un giardiniere.
“Il canto di Paloma” è, insomma, la storia della ricerca di uno sboccio, di una infiorescenza: vista, con una metafora già usata da Tagore e da Neruda, come un passaggio dalla paura all’amore e alla libertà.

Se vi è piaciuto vedete anche: ‘Il matrimonio di Tuya’, di Wang Qanan, Cina 2006 (più intimistico e etnigrafico, focalizzato su una dimensione personale).

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