Quando gli uomini non circolano veloci come merci.
Cairo, giugno 2009 – Una sera del giugno scorso ho telefonato al mio amico Shady per dirgli che il giorno dopo sarei partita dal Cairo per una breve visita in Israele e Territori Occupati. Neanche il tempo di spiegargli, ha attaccato subito la cornetta e si è precipitato a casa accompagnato da una decina di amici comuni. Mi hanno inondato di perché e subissato di raccomandazioni, hanno tirato fuori date e numeri di morti civili per cercare di dissuadermi. Di fronte alla mia inamovibilità, solo uno di loro ha ammesso che i loro moniti celavano una punta d’invidia. Nonostante la pace del ‘79 e gli innumerevoli accordi commerciali tra i due paesi, la rabbia della società egiziana per l’occupazione israeliana comporta per un cittadino egiziano che si reca in Israele discriminazione sociale, licenziamento immediato dal lavoro, controlli continui della polizia.
Eppure, arrivando a Taba, ultima città egiziana prima del confine nonché nota località balneare, ciò che salta agli occhi sono le cosce bianche e lunghe delle israeliane stese in spiaggia e le pile di bicchieri di birra degli israeliani stravaccati ai tavoli dei lidi. Taba è a cinque minuti di macchina da Eilat, la città israeliana che ospita la frontiera. Cinque minuti di macchina sembrano un teletrasporto, perché la sala grigia e sporca della stazione dei pullman di Taba, dove oziosi soldati egiziani timbrano noncuranti i passaporti, lascia spazio al pavimento lucido della dogana di Eilat. «Il passaporto, grazie», mi apostrofa la soldatessa che indossa una divisa attillata e scollacciata, avrà poco più di 18 anni. Mentre lo osserva mi chiede il mio nome. « È scritto», le faccio notare. «Lei è sicura di chiamarsi cosi?». Tremo. Mi assalgono dubbi. Le ho dato il passaporto di un altro? O forse davvero non mi chiamo così? Seguono domande incrociate su di me e le mie amiche, mi sfida con insinuazioni. Le uniche parole magiche per liberami sono «I study economy at the American University». Intanto, Federica, la mia amica giornalista che è stata in Siria, Libano e Gaza nello scorso febbraio, viene trattenuta, le viene sequestrata l’agendina e le vengono cancellati alcuni recapiti telefonici sul cellulare. In totale tre ore di attesa.

I controlli subiti ad Eliat sono solo un anticipo del livello di militarizzazione del paese. Gerusalemme è cosparsa di check points: il richiamo della moschea e i canti dei rabbini dinanzi al Muro del Pianto si alternano alle richieste dei soldati di perquisire la borsa e mostrare i documenti. Tra la folla di fedeli scintillano le canne dei fucili, portati in spalla dai ragazzi e dalle ragazze con disinvoltura mentre pregano, ordinano una birra al pub o siedono sull’autobus. Apprendo che il servizio militare è obbligatorio per i cittadini israeliani maschi e femmine al compimento dei 18 anni. Tre anni per i ragazzi, due per le ragazze, durante i quali hanno il dovere di vigilare perennemente sull’arma, anche mentre dormono, pena il prolungamento del servizio militare.
Da Gerusalemme ci spostiamo a Ramallah e Betlemme, ovvero al di là del muro che separa Israele e i Territori Palestinesi. Attraversare il muro all’andata è molto semplice. Al ritorno, invece, devi unirti alla fila di palestinesi che hanno il permesso per lavorare in Israele. Mentre aspettiamo, un uomo mi spiega che ogni giorno, per recarsi a lavoro, deve calcolare un paio di ore di fila al check point. Ogni giorno gli tocca ascoltare la voce stridula delle soldatesse, che, rinchiuse in celle di sicurezza, ti ordinano in un arabo smozzicato di mostrare il passaporto alle telecamere. Dinanzi a me c’è un giovane affetto da progeria* che viene insultato dalla soldatessa per la discordanza tra la foto sul passaporto e la data di nascita. «Prendi la rincorsa e salta sulle sbarre, così capisco se sei giovane o vecchio».
Aspetto di ritornare a Taba per lasciarmi dietro lo stress accumulato in questi giorni. Non vedo l’ora di vedere un qualsiasi soldato egiziano assonnato che mi fissa il corpo e mi chiede ammiccante se sono sposata. Invece non è finita. Mi viene fatto notare che ho dimenticato di apporre sul passaporto un visto multi entry che mi permetta di entrare e uscire dall’Egitto più di una volta. Un problema solitamente risolvibile con qualche sorriso e una mancia sganciata sottobanco, ma stavolta non funziona. Sembra che da quando l’Italia abbia deciso di irrigidire la legge sull’immigrazione, anche i governi dell’altra sponda del Mediterraneo siano diventati più intolleranti con i turisti. Il poliziotto mi propone due scelte: recarmi al consolato italiano a Eilat il giorno dopo o pagare una multa di 100 euro. «Così imparate cosa significa per noi Egiziani ottenere i documenti per l’Italia. Non ti lamentare con me, vallo a dire a Berlusconi». Pago la multa e sogno di trasformarmi in uno scatolo che, ignaro della Storia, viene caricato su un camion e trasportato all’altro capo del mondo.
* Sindrome da senilità prematura
Felfela