Si è portati a pensare che la libertà di una nazione si misuri in base alla possibilità di ogni cittadino di scegliere del proprio avvenire a seconda di ciò che ritiene più giusto per sé.
Una nazione non è libera nel momento in cui un ristretto numero di persone dirige, in base ai propri principi, le decisioni del singolo, compromettendone talvolta la qualità della vita.
Una nazione non è libera nel momento in cui viene garantito sulla carta un diritto alla scelta che non ha alcun riscontro nella realtà quotidiana.
Una nazione non è libera nel momento in cui una donna è costretta a subire il trauma di non poter decidere del proprio corpo e del proprio destino.
E quella in cui viviamo NON è una nazione libera.
Ho assunto per la prima volta la pillola del giorno dopo qualche anno fa.
Non c’è bisogno di spiegare, ai lettori che hanno ormai superato la pubertà, che ci sono innumerevoli modi di rischiare una gravidanza, nonostante le dovute precauzioni.
La pillola del giorno dopo si divide in due dosi di farmaco che devono venire ingerite improrogabilmente entro 72 ore dal rapporto a rischio. Una va presa immediatamente; l’altra, appunto, il giorno dopo.
Il primo posto in cui, disperata,ho cercato di ottenere la prescrizione per un farmaco assolutamente legale,è stata la guardia medica di Sant’Egidio del Monte Albino. Il dottore, un giovane magro dai modi gentili, mi ha spiegato di essere obiettore.
Senza perdermi d’animo mi sono rivolta alla guardia medica di Angri, con il cuore in preda ad un’angoscia indescrivibile.
C’erano due dottoresse, una signora mora ed una bella donna dai capelli biondi molto curati, entrambe sedute alle rispettive scrivanie.
Faceva freddo e il telefono squillava a squarciagola. Pareva quasi di sentire le grida inascoltate delle famiglie che si attaccavano febbrili alla cornetta, ansiose di formulare una richiesta d’aiuto che non riceveva risposta.
Le due dottoresse avevano entrambe il viso molto stanco. Quella con i capelli scuri mi rispose laconicamente di essere un obiettore, senza quasi riuscire a guardarmi negli occhi. Lo schifo che stava provando nei miei confronti me lo sentivo attaccato dappertutto, mi scavava tra la pelle e i vestiti, raggiungeva il mio viso e lo ricopriva di rossore per una vergogna che non avrei dovuto provare. “Prova a chiedere alla mia collega“, concluse, tenendo sempre gli occhi fissi sulla superficie della sua scrivania. La dottoressa dai capelli curati non sollevò lo sguardo verso di me, ma si limitò ad agitare il dito indice in aria: “no“. Secco.
Aveva deciso della mia vita. E non mi aveva neanche guardata in faccia.
La ricerca della pillola del giorno dopo è una snervante, agghiacciante corsa contro il tempo:ogni ora trascorsa a procacciarsi la preziosa ricetta è regalata agli spermatozoi per correre velocemente a insidiare il frutto tenero delle ovaie prima che tu possa impedirlo.
Tutto questo stava succedendo dentro di me, senza che io potessi scegliere di non farlo accadere.
Mi sentivo come se mi avessero iniettato un veleno mortale e mi avessero poi legata mani e piedi per non farmi raggiungere l’antidoto.
Il freddo, l’angoscia, l’impotenza: tutto mi faceva tacere.

Alla guardia medica di Pagani c’era una giovanissima dottoressa che mi ispirò fiducia.”È giovane“, pensai scioccamente, “Sono una ragazza anche io. Capirà“.
Stavolta non avevo davanti agli occhi un medico obiettore. Tuttavia,la scrupolosa dottoressa mi comunicò di non potermi assolutamente prescrivere un farmaco tanto potente quale la pillola del giorno dopo senza avere in mano le dovute analisi del sangue e delle urine, allo scopo di escludere il rischio di una trombosi. Queste analisi richiedevano almeno tre giorni di laboratorio prima di venire stampate. Fui così messa alla porta, mentre la dottoressa ribadiva “mi dispiace, ma per legge non posso prescriverti questa pillola“. Non ebbi la forza, in quel momento, di farle notare che di tale legge non c’è traccia.
Era ormai tardi; io ero già quasi incapace di ragionare con calma, quando al reparto di ginecologia e ostetricia di Nocera Inferiore un dottore mi prescrisse la preziosa Norlevo senza battere ciglio. Mi guardò, tolse il cappuccio dalla penna, la poggiò sul foglio, lo ripiegò e me lo porse. Due minuti scarsi di orologio. La mia ricerca era cominciata a mezzanotte, e in quel momento stavano per scoccare le dodici.
A Napoli Piazza Garibaldi, tra i giocatori delle tre carte e i venditori di borsette scippate, avrei potuto facilmente acquistare da uno spacciatore qualsiasi una nota protezione gastrica per 10 o 15 euro, infilare la pastiglia in vagina e attendere i risultati, in caso di fecondazione avvenuta.
15 euro, neanche mezzora di treno e risultato garantito. Perché questo Stato si stupisce del fatto che molte donne, soprattutto straniere e sole, preferiscano agire nell’illegalità? Perché si scandalizza tanto davanti alla realtà che vede “mammane” e “praticone” ancora in piena attività con la loro brava stampella a mo’ di forcipe? Se avessi avuto del denaro con me, sarebbe saltato fuori un dottore non obiettore, di cui la legge prevede la presenza?
Ero riuscita a farmi valere; avevo finalmente ottenuto la mia pillola; avevo penato tanto, ma avevo scelto per me. E invece no, non avevo potuto, ci avevano pensato loro.
Forse era trascorso troppo tempo dal rapporto all’assunzione, non so.
Qualche settimana dopo il mio corpo era invaso completamente da una sensazione strana, sgradevole, come se una febbre cattiva mi avesse posseduta e mi si fosse insidiata nel cervello senza alcuna intenzione di andarsene. La bocca aveva un sapore sgradevole che non andava via, le gambe erano pesanti, i sensi erano annebbiati, le membra erano come di piombo, informi, gonfie.
Nausee violente mi piegavano in due al lavoro, mi negavano il sonno, mi costringevano a trascorrere le mattine con la testa infilata nella tazza del water.
Cos’era mai questa maledizione? Non c’era nulla in tutto questo di neanche lontanamente somigliante a niente che avessi mai provato fino ad allora nella vita.
Completamente sola, mi trascinai una mattina al pronto soccorso dell’ospedale di Nocera Inferiore, rischiando di vomitare ad ogni fermata del bus. La gente mi guardava come se avesse saputo più di me cosa stava accadendo. Io non capivo, avevo preso la pillola, doveva NECESSARIAMENTE trattarsi di qualcos’altro.
Il medico di turno mi distese sul lettino,mi tastò la pancia, procedette a un’ecografia e gridò alla sua collega: “Scrivi: sette settimane di gravidanza“.
Così ho saputo di essere incinta.
Avevano vinto loro. Tutto era avvenuto secondo la loro volontà.
In quel momento mi sono sentita come se il dottorino di Sant’Egidio, le due dottoresse di Angri, come se la collega di Pagani e tutto il personale medico dell’Agro, lo Stato, La Lega per la Difesa della Vita tutta mi avessero violentata a turno con gran gusto, godendo come porci nel vedermi soffrire, e poi mi avessero gettata in strada in balia del destino.
Io ero malata, ero sola, non avevo un lavoro fisso, né una vera famiglia su cui poter contare. Non potevo avere un figlio, no. Non in quel momento.
Dovevo decidere, riflettere su ciò che era più giusto fare in una situazione simile. Scelsi di non mettere al mondo un infelice. Prenotai un’IVG (Interruzione Volontaria di gravidanza) nella stessa struttura.
Sapevo della possibilità di ricevere supporto psicologico, un colloquio preliminare con uno psicoterapeuta. Invece, tutto quello che ebbi fu una sequela di domande impiccione dell’infermiera, che voleva sapere per quale motivo fossi contraria al matrimonio riparatore.
(continua)
Dawn Wiener