Sto scrivendo dalla mia casa di Barcellona. La televisione è accesa sulla puntata serale di ‘Fama’, versione spagnola di ‘Saranno Famosi’: vi partecipa un giovane italiano che ha imparato il castigliano durante lo svolgimento del programma e che si è presto convertito in uno dei protagonisti del gioco. Il canale successivo, ‘Telecinco’, è quello che Berlusconi possiede in Spagna.
Domani si ricomincia a lavorare; di ritorno dalle vacanze natalizie trascorse in Italia è stato difficile riabituarsi alla mole di lavoro, e il terremoto di Haiti (svolgo un tirocinio presso un’organizzazione umanitaria) ha stravolto i normali ritmi di ufficio, con notizie che affluivano continuamente, le prime trasmissioni di rapporti dei cooperanti che già si trovavano sul luogo del disastro, telefonate ricevute da agenzie di comunicazione in cerca di aggiornamenti ed inviate a banche per assicurare l’attivazione dei conti correnti. Avevo deciso di scrivere di questo; invece mi accorgo che la soddisfacente sensazione di star partecipando, seppur indirettamente, all’alleviare questa tragedia immane, a livello più personale assume soprattutto il senso di una contropartita. Il cervello parte cercando il capo da cui iniziare a sbrogliare l’enorme matassa dell’aiuto internazionale tessendolo ordinatamente in un articolo, ed ecco che invece le volute del pensiero tornano a bussare inevitabilmente ad un substrato più intimo, e quindi capisco che è di questo che devo scrivere stasera, l’urgenza per questa volta è un’altra. Il motivo è semplice, e lo troverete nel prossimo numero.
Sono un’immigrata di lusso. L’anno scorso, scoraggiata dai tempi infiniti e della disorganizzazione dell’università italiana, decisi di fare un master in Spagna piuttosto che la laurea specialistica. L’idea di venire a Barcellona mi sorrideva per tanti motivi: la città splendida, col mare e dallo stile di vita molto ‘mediterraneo’ seppur con una qualità della vita migliore; la vicinanza a casa e i collegamenti con essa disponibili a basso prezzo; la lingua relativamente simile all’italiano e quindi facile da apprendere. La scelta si rivelò quella giusta. Venuta senza conoscere nessuno, posso ora affermare che la capitale catalana sia divenuta la ‘mia’ città, che sia riuscita qui a costruirmi una rete di affetti molto forte, di aver concluso gli studi nei tempi prestabiliti e con profitto.

Quello che ignoravo prima di venirci era il grande, enorme numero di italiani che ci vivono, probabilmente mossi dalle mie stesse considerazioni: l’anno scorso sulla stampa catalana furono pubblicate le prime statistiche che segnalavano che il nostro era diventato, per quantità, il primo gruppo di immigrati che risiedono a Barcellona, effettuando il sorpasso con quello pachistano. A differenza di questi, per noi cittadini europei è relativamente semplice ottenere la documentazione necessaria a vivere qui, dalla copertura sanitaria ai servizi sociali per i lavoratori. La Repubblica, l’estate passata, pubblicò un articolo dall’eloquente titolo ‘Gli italiani felici di Barcellona’.
Se anche non si volesse prestare attenzione alla stampa, le dimensioni del fenomeno sono tali che passeggiando per la città è impossibile ignorarlo; quando sono stata in Italia per le festività natalizie, sia nel viaggio di andata che in quello di ritorno ho finito per incontrare ‘compaesani italiani’ che già vivono o si stanno trasferendo nella città spagnola. Il fatto che casualmente mi ritrovi qui con persone con cui sono cresciuta è probabilisticamente un dato importante.
La forza di questo processo di migrazione salta agli occhi perché tutte queste persone si stanno trasferendo indipendentemente le une dalle altre; vale a dire, non stanno –ancora- seguendo l’iter migratorio tipico dell’ “effetto chiamata”, per cui le prime enclaves si stabiliscono e attraverso ricongiungimenti familiari o legami facilitano l’arrivo delle ondate successive (che è quello che succede coi menzionati pachistani, di cui almeno l’ 80% residente in città è tutto originario dello stesso distretto, Gujrat).
Il fenomeno è preoccupante, per diverse ragioni: il profilo tipico della persona che cerca di trasferirsi è quello di un giovane in età lavorativa e spesso di cultura medio-alta. Ciò risulta in una perdita enorme per lo Stato di provenienza; con il Paese in pieno invecchiamento, culturalmente e a livello di capacità produttiva il panorama italiano sarà presto desolante.
Altra considerazione intrinsecamente negativa: come in molte altre città straniere, un grandissimo numero di immigrati italiani si riunisce per cercare di incidere, seppur ‘da fuori’ e in maniera puramente dimostrativa, sulla politica del nostro Paese. A tutt’oggi sono venuta a conoscenza unicamente di manifestazioni di dissenso verso l’attuale governo, e di nessuna in sostegno ad esso. Qualsivoglia sia l’opinione politica del lettore, il fatto che una parte importante dell’opposizione si trovi all’estero è indiscutibilmente una perdita per qualsiasi democrazia. Il rischio è che si verifichi a livello di popolazione lo stesso processo che ha già avuto luogo in parlamento: la scomparsa di una voce alternativa a quella dominante. Le possibilità di sviluppo del nostro Paese, viste da questa prospettiva, appaiono limitate. Se quelli che dovrebbero rinnovare la società se ne vanno, c’è poca speranza. Intanto, il caporalato e gli attacchi contro gli immigrati ‘nostrani’ continuano a riempire le notizie di cronaca: la situazione di crisi acutizza la necessità di trovare capri espiatori, di dirigere la rabbia verso qualcuno, e le risorse sempre più limitate fanno sì che ognuno ne sia più geloso.
Questo in Italia. A Barcellona anche si sta arrivando ad un processo di saturazione, anche se agli immigrati rimane sempre la possibilità di avviare servizi mirati per i connazionali. Ulteriore circostanza spiacevole è la rabbia che gli italiani manifestano verso il loro Paese d’origine. Finora, tipicamente chi veniva qui lo faceva esattamente per vivere uno stile di vita diverso; non sono rari i casi di nostri connazionali che si rifiutano di parlare la lingua materna anche quando hanno la consapevolezza che l’interlocutore sia della stessa nazionalità. Una ragazza che ha aperto col fratello un’attività nel Borne mi raccontava, qualche giorno fa, la soddisfazione provata nell’essere andata a chiudere i conti del bar che possedeva in Italia all’ufficio contributi e di aver detto, testualmente e con un enorme sollievo dato dall’esaudito senso di rivalsa, ‘Qui i soldi dei miei contributi non ce li vedrete mai più’. Lei non pensa di tornare. Mai.
Questa rabbia mi ricorda quella di Irina, una donna polacca che conobbi durante un corso di mediazione culturale, che alla domanda ‘Sei arrabbiata con gli italiani per non averti accolta come speravi?’ rispose: ‘No, sono più arrabbiata con il mio Paese, che non mi ha dato la possibilità di viverci dignitosamente’. È una sensazione strana, un astio doloroso e offeso simile a quello che è facile immaginarsi si debba provare verso una madre che ti rifiuta, verso un genitore che non ti riconosce. Sempre più casi, qui, iniziano ad assomigliare a quello di Irina, essendo dettati non più dalla preferenza bensì dal bisogno.
Ma dopotutto, la Spagna è poi tanto meglio dell’Italia a livello economico? La risposta è no, almeno basandosi sui dati diffusi dai rispettivi governi. La prima, col 19,5% di tasso di disoccupazione contro l’8,5% italiano registrato al dicembre 2009 (ISTAT), si afferma come uno dei Paesi con la peggiore performance occupazionale a livello europeo. I dati assumono un significato parzialmente diverso se scorporati per regione (rapporto Eurostat 2009). Allora, perché gli italiani continuano ad emigrare verso il nord della penisola Iberica? Probabilmente le ragioni vanno ricercate in qualcosa di più sottile, che stenta ad essere catturato dalle statistiche. Nella seconda parte di questo articolo cercheremo di avanzare delle ipotesi al riguardo.